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Padre Freinademetz da Oies: la figura spirituale

Padre Freinademetz da OiesIl Santo Padre Freinademetz é la figura di maggiore devozione non solo della Val Badia, bensì di tutto l'Alto Adige. In tutte le chiese dei comuni della Val Badia, così come in molte chiese del resto della provincia ed in parecchie case private, é presente un'immagine di questo personaggio carismatico, che gli abitanti invocano a protezione di questa meravigliosa terra.

Nella Giornata Missionaria Mondiale dell'Anno Santo 1975 il Papa Paolo VI beatificò Giuseppe Freinademetz, presentandolo alla chiesa intera come modello da seguire e patrono da invocare.
Il Papa sottolineò in quell'occasione l'importanza della Cina per il mondo e per la missione della Chiesa. Del resto non è possibile parlare di Giuseppe Freinademetz senza vederlo in relazione con il destino del cristianesimo nella grande nazione cinese.
Giuseppe Freinademetz partì per la Cina nell'aprile del 1879. Aveva compiuto da poco 27 anni. Il suo servizio missionario, durato quasi 29 anni - morì infatti nel gennaio 1908 - fu un servizio di totale dedicazione al popolo cinese. Non ritornò mai in Europa.

La vita e l'attività di Giuseppe Freinademetz coincide con "l'età dell'oro" del colonialismo europeo. La Cina si vide obbligata ad aprire le sue porte all'Occidente dopo che le truppe britanniche uscirono vincitrici nella "guerra dell'oppio" (1840-42). L'imperatore dovette firmare un trattato umiliante che permetteva ai mercanti europei di vendere oppio in tutto il paese e garantiva ai missionari, posti sotto il protettorato del potere coloniale, la libertà di diffondere la fede cristiana. Mentre il Portogallo manteneva la sua colonia di Macao, la Francia si assicurava posizioni di privilegio a Shangai e in altri porti. Poco più tardi anche la Germania entrerà in questo gioco di pressioni straniere. In questo contesto politico e religiosamente ambiguo, e alla lunga funesto per la Chiesa, ebbe inizio il quarto tentativo di impiantare il cristianesimo in Cina.

Il primo tentativo ebbe luogo nel secolo 7° e 8°, poco prima quindi e durante l'evangelizzazione della Germania per opera di Bonifacio. Fu la cosiddetta missione nestoriana che durò più o meno 200 anni. Il secondo tentativo lo portarono avanti i francescani e i domenicani nel 13° e 14° secolo. Dopo circa 150 anni di promettente lavoro, la missione terminò come un torrente nel deserto. Il terzo capitolo missionario della Cina fu aperto nel secolo 16° con l'arrivo dei galeoni spagnoli e portoghesi. Fu una tappa luminosa, marcata dalle figure di Matteo Ricci e Adam Schall. Ma anche questa volta ha Chiesa finì nella persecuzione e nel silenzio di quasi tutto il secolo 18° e parte del 19°.

Missionari in CinaAll'epoca di Giuseppe Freinademetz l'attività missionaria era coinvolta in una visione colonialista. La missione non aveva tracciato una linea chiara di distinzione tra la cultura europea e il messaggio evangelico. I missionari partivano per andare a insegnare agli ignoranti, a illuminare i popoli immersi nelle tenebre dell'errore e sottomessi al potere del demonio. L'obiettivo fondamentale consisteva nel predicare il Vangelo e battezzare per salvare anime; erano convinti inoltre, i missionari, di essere portatori di civiltà per gente in ritardo sui tempi. Risulterebbe pertanto anacronistico pretendere di vedere nella vita e nelle attività di Giuseppe Freinademetz quella visione e quel processo che oggi chiamiamo inculturazione. Nella sua epoca non aveva ancora avuto luogo una riflessione missiologica sui contenuti della fede e sulla figura di chi va ad annunciare il vangelo; tanto meno era stata presa in seria considerazione il patrimonio di storia e di cultura dei popoli ai quali si dirigeva l'opera di evangelizzazione. Tutto questo sarebbe venuto più tardi, con il declino dell'epoca coloniale e soprattutto con "l'aggiornamento" del Concilio Vaticano II.

Quello che avvenne in Giuseppe Freinademetz fu un processo di profonda trasformazione interiore proprio nella direzione degli ideali richiamati dal concetto di inculturazione. Con ragione si può affermare che con il passare degli anni il tirolese degli inizi andò sparendo, per far posto a un Giuseppe Freinademetz genuinamente cinese. Di questo processo Giuseppe fu soggetto attivo, sempre aperto e generoso a mettersi al passo con l'azione di Dio nella sua vita, pronto a seguire gli stimoli che gli venivano dalla gente e dalle circostanze.

I genitori di Giuseppe FreinademetzL'ambientamento nella nuova patria e la comprensione della gente fu per Giuseppe Freinademetz più ardua del previsto. Dalle lettere dei primi due anni si ricava una valutazione completamente negativa del popolo cinese e ancor più negativa delle loro credenze. Le pagode sono per lui templi del demonio e le pratiche religiose del popolo cinese superstizioni che devono essere superate per opera e in grazia della fede cristiana". Per noi europei - scriveva - i cinesi hanno ben poco di attraente, e, se non fossero animati da ben altre motivazioni, i missionari se ne ripartirebbero con la prima nave verso 'Europa". 'Il missionario rimane sempre uno straniero. Il cinese ha un alto concetto di se stesso, è orgoglioso della sua razza e sente di far parte di una grande nazione. Non si inchina davanti allo straniero; tutt'al più lo disprezza. Per lui gli europei sono i "nasi lunghi", i "diavoli" che vengono dall'estero. L'adulto cinese ci deride in pubblico, i bambini ci gridano alle spalle. Sembra che perfino i cani provino un gusto particolare a rincorrerci e ad abbaiarci contro. Un anziano missionario mi disse: "Il missionario è odiato da molti, tollerato da pochi, amato da nessuno". E nonostante tutto, già nei primi anni, Giuseppe confessa: "Essere missionario in China è un onore che non cangerei colla corona d'oro dell'imperatore d'Austria" (A quell'epoca il Tirolo, sua terra natale, apparteneva alla monarchia austro-ungarica).

Uomo del suo tempo, certo, ma anche uomo che superò i pregiudizi della sua epoca, fino ad arrivare ad essere un modello di missionario per ogni epoca. La sua trasformazione interiore si produsse gradualmente, a partire dall'inserimento nel lavoro missionario concreto nello Shantung. Era il 1881. Lo Shantung fu il primo territorio di missione che la Santa Sede affidò alla giovane congregazione del Verbo Divino, fondata sei anni prima dal Beato Arnold Janssen a Steyl, villaggio di frontiera tra l'Olanda e la Germania.

Una delle qualità eminenti di Giuseppe fu la sua estrema bontà. Il suo vescovo, mons. Henninghaus, che visse con Giuseppe un'amicizia lunga vent'anni, scrisse: "Possedeva una bontà che mai veniva meno e conquistava i cuori, quella pazienza inesauribile e quella carità che lo portava a dimenticare se stesso. I cristiani, specialmente i neofiti e la gente semplice gli erano affezionati come i bambini al nonno. Appena usciva da qualche funzione sacra, subito un gruppo di cristiani stringeva intorno a lui". Fu proprio questo amore alla gente che gli permise di cambiare opinione circa il popolo cinese. Affermava che non poteva essere un buon missionario chi non nutriva un profondo amore alla gente.

Già nel 1884 scrive in una delle sue lettere: "I cinesi sono un popolo intelligente, di buone capacità, anche i semplici contadini sanno esprimersi come fossero dottori.... in molte cose superano gli europei. Qualche anno più tardi scriverà: "I cinesi sono un popolo meraviglioso che possiede eccellenti qualità e virtù". In altra occasione dichiarava: "Io amo la Cina e la sua gente e vorrei morire mille volte per loro... Voglio restare cinese anche in Paradiso". I confratelli missionari sapevano che non tollerava giudizi negativi sui cinesi. Il suo vescovo sottolinea: "Era arrivato ad essere cinese in tal misura che non voleva ascoltare niente di male che riguardasse i cinesi, proprio come una madre che non sopporta che si parli male dei figli".

Il suo amore per la Cina non sminuì il profondo amore per la sua patria tirolese. Nelle sue lettere molte volte torna il ricordo delle sue montagne, della sua gente, delle usanze e tradizioni della sua terra. Ma Giuseppe comprese che Dio gli chiedeva questo sacrificio come promessa di benedizione sul suo lavoro missionario. E offrì questo sacrificio con animo eroico. Giuseppe fu la guida spirituale della missione dello Shantung, fu vicario del vescovo quando questi doveva rientrare in Europa, fu l'organizzatore di molte comunità cristiane su tutto il territorio, fu superiore religioso della Congregazione per molti anni. Durante i lunghi anni del suo apostolato, molte volte fu vicino a ricevere la palma del martirio. L'odio ai "diavoli bianchi", conseguenza quasi scontata e comprensibile della politica colonialista delle potenze europee, si rivolgeva anche contro i missionari. La sua morte precoce è stata causata prima di tutto dalla sua dedizione senza risparmio al lavoro missionario. Sul finire del 1907 la missione venne colpita dal tifo. Nel prodigarsi per gli ammalati anche Giuseppe contrasse questa malattia. Morì il 28 gennaio, raccomandando al superiore della casa di farsi premura degli ammalati, perché - ribadì - "siamo venuti per servire".

la casa natale di padre FreinademetzNato a Oies, presso San Leonardo/Pedraces nel 1852 da una famiglia di contadini, Giuseppe Freinademetz venne ordinato sacerdote nel 1875.
Il primo miracolo certo e documentato di Padre Freinademetz risale al 1939, ma solo nel 1975 Papa Paolo VI lo proclamó Beato ed é tutt'ora in corso il processo di santificazione che dovrebbe avvenire nei prossimi anni.
La chiesa costruita in Sua commemorazione e la casa natale presso Oies sono i luoghi piú suggestivi e raccolti dove ricordare la vita e le opere di questo "grande" uomo della Val Badia.

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